Super Bowl contro l’omofobia

Una campagna sociale contro l’omofobia. Alcuni giocatori dell’NBA hanno aderito al progetto dell’associazione GLSEN per insegnare il rispetto sessuale nelle scuole elementari e medie degli Stati Uniti. Il lancio dell’iniziativa “Think B4 you Speak” è avvenuto durante il Super Bowl con uno spot educativo.


Una pagina facebook appoggia l’iniziativa e promuove la diffusione del concetto alla base della campagna e cioè ” gay non è un’offesa. Non utilizzare questo aggettivo per dare dello stupido a qualcuno”.

Si tratta di un’azione sociale molto interessante, che punta all’educazione delle generazioni future e cerca di farlo attraverso tecniche pubblicitarie e nuovi linguaggi mediali. Parliamo di una campagna che fa uso degli idoli dello sport, per rivolgersi ad un pubblico alla ricerca di modelli a cui ispirarsi e che strizza l’occhio al linguaggio dei giovani, utilizzando l’abbreviazione B4.

In Italia fa scalpore solo il fatto che qualcuno ne parli e molti sostengono che non siamo culturalmente preparati ad un’azione di comunicazione come quella statunitense. E lo sostiene anche la TP, associazione dei Tecnici Pubblicitari dal cui articolo ho preso spunto per scrivere questo post, la quale crede che non ci siano ancora editori, inserzionisti, concessionarie e testimonial disposti a veicolare questi messaggi. La quale evidenzia che siamo anni luce indietro rispetto l’Australia che lo scorso anno è stata protagonista del virale lanciato da Get Up per promuovere il matrimonio gay.

Non serve però andare oltreoceano per trovare dei video che cercano di scoraggiare l’omofobia, ma basta guardare la Francia dove gli spot commerciali raccontano degli spaccati familiari in cui l’omosessualità non ha bisogno di essere difesa, perché è già stata inclusa nella narrazione della società.

Un video come quello di McDonald è da esempio per chi sceglie di fare una comunicazione che tratti l’omosessualità con intelligenza, perché lascia pensare, non ridicolizza e non ha bisogno di fare ridere per affrontare un tabù.

Mi chiedo se l’Italia sappia veramente soltanto scherzare e fare satira di fronte ad un tema delicato come quello dell’omofobia, che proprio nei giorni scorsi è stato al centro delle discussioni sollevate dalle dichiarazioni di un senatore contrario al bacio pubblico tra due donne, alle quali sono arrivate prontamente risposte di ogni forma.

Prima di poter dire che l’Italia non è pronta ad affrontare questo tema in comunicazione, vorrei sottolineare che nel 2010 la CNN vietò la messa on air di uno spot commerciale di un sito per incontri gay. Vorrei dar voce alle possibilità offerte dal web e assolutamente non censurate in Italia, di trovare articoli, interviste, video, approfondimenti di ogni genere che si occupano di queste tematiche. Forse a non essere pronti sono i media mainstream, la classe politica o un determinato pubblico di ascoltatori.

Mi chiedo quante volte sia capitato in Italia che agenzie di comunicazione, autori o associazioni abbiano offerto dei contenuti capaci di affrontare questo gap culturale, dovuto certamente alla nostra storia e alle vicende che hanno caratterizzato il nostro Paese, oggi in mutamento o in crisi, come i mass media ci raccontano.

Ma uno spot come quello del McDonald in Italia, creerebbe davvero tanti problemi alle coscienze nostrane?